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Si vince anche al buio

Bernardo Brovarone

di Bernardo Brovarone | 20 settembre 2016

Ricordo ancora perfettamente il rumore della sua giacca a vento che sventolava durante le sue ripetute,al buio, da solo, a fine allenamento, in un sussidiario di Villa Granata, il centro sportivo della Reggiana Calcio. Eravamo in autostrada con un amico, un fratello, Carlo Pallavicino, tornavamo da Milano e decidemmo di fermarci a Reggio dove giocava un ragazzo, giovane primavera del Napoli, attaccante,  che a me piaceva da morire e volevo che Carlo ci facesse due chiacchiere, valeva la pena perderci un’oretta. Lui era Marco Ferrante, rivelatosi poi onesto giocatore di serie A senza lasciare tracce da campione consacrato, ma comunque giocatore con buonissimo score realizzativo e carriera di tutto rispetto. L’allenamento era finito, Carlo si defila con il giocatore in un angolo del parcheggio, io incuriosito dai rumori che venivano dal campo accanto mi avvicino per capire di cosa si tratta. Era buio pesto, non si vedeva assolutamente nulla, ma si poteva ascoltare il rumore della corsa, degli scatti, delle ripetute, dei respiri forti, dello scarico della fatica, della giacca a vento che sbandierava. Una forza della natura, faceva effetto e mi piaceva troppo seguirlo pur senza vedere una cippa di niente. Chiedo chi fosse questo folle a un segretario della Reggiana, mi risponde che era il centravanti della Reggiana, tale Fabrizio Ravanelli, per tutti Penna Bianca, un onesto faticatore, generoso e poco talentuoso, uno che faceva gol, ma con una forza di volontà e un desiderio di arrivare, raccontato da chi gli stava vicino ogni giorno, da far spavento.

Mi colpì molto quella scena, anche perché in lui non vedevo sinceramente grandi possibilità di svolta come carriera di calciatore, non aveva secondo me le qualità per poter fare un salto di qualità importante, aveva comunque già 24/25 anni, ma quella mezz’ora di fatica, di sacrificio, di sudore autentico, mi restò nella mente, io ragazzino viziato e privilegiato, pigro e praticamente nullafacente, cercai di coglierne il significato nudo e crudo. Mi sembrava follia pura, ma capii che era un messaggio utile, da cogliere, da non sottovalutare. Evidentemente esistono le persone che lottano mi chiedevo nella mia ignoranza e nel mio agio, che spingono duro per raggiungere i propri obiettivi, che hanno ambizioni forti e si vanno a giocare il loro futuro, la loro vita,  con le armi che possiedono, soli contro tutti. Ero affascinato, colpito, conquistato, da questo ragazzo. Tifavo per lui, perché ce la potesse fare. A giugno, in ufficio da mio padre, in una delle mie solite scappatelle in bagno, che solitamente avevano durata fra le due ore e le due ore e mezza, Gazzetta dello Sport in mano, seduto su quella tazza ormai consumata dalle mie chiappe bollenti, leggo che la Juventus ha messo le mani su Ravanelli. Poco dopo il trasferimento del ragazzo a Torino, è accaduto davvero, non ci posso credere mi dico. Da fiorentino e da tifoso viola non riuscivo ad essere felice fino in fondo, ma ero davvero contento per questo ragazzo, umile e duro, lavoratore convinto, un esempio per gli altri, il resto son discorsi.

Naturalmente ogni volta che lo vedevo giocare nella Juve e marcare gol pensavo sempre a quel campetto buio e gelato, come poteva essere altrimenti. Ed è naturalmente successo che ci ha castigati pure a noi viola in svariate occasioni.che dobbiamo fare, il calcio riserva questo spesso e volentieri. Ma la favola di questo ragazzo non era finita, lo aspettava qualcosa di ancora più grande, e infatti puntualmente Penna Bianca segnò il gol all’Olimpiico di Roma nella finale di Champions League contro l’Ajax vinta poi dai bianconeri con rigore decisivo di Jugovic. Devo essere onesto fino in fondo, nel tempo Fabrizio Ravanelli è stato uno dei giocatori più antipatici del pianeta, vestiva pure la maglia della Juventus, con me avrebbe perso in partenza, ma la sua pagina di guerriero vincente, di uomo umile e mentalizzato, di professionista arrivato alla meta, mi ha sempre lasciato un ricordo indelebile, quel pomeriggio a Villa Granata fu un momento che non dimenticherò mai, e per la cronaca Marco Ferrante disse a Carlo che era in procura con Moggi e che stava benissimo così.

Ripartimmo per Firenze, anzi per Rubiera, direzione “Arnaldo” Clinica Gastronomica, il nostro posto preferito. Fra tortellini in brodo e carrellate  di bolliti, rimbombava ancora nella mia testa il rumore del fiatone, della corsa, e della giacca a vento, di quel bisonte indiavolato. Mi stavo avvicinando lentamente al mondo del calcio e ci sono naturalmente rimasto intrappolato, anche grazie a queste perle vissute . Oggi sono un prigioniero, ma non di Penna Bianca.

6 commenti

  1. mah…gobbo di merda.

  2. Brovarone ai livelli di Federico Buffa. Bellissime pagine che trasudano passione e amore per il calcio. Peccato che si parla di uno dei più antipatici di sempre…

  3. Questo è Brovarone al suo top, non il disfattista negativista a prescindere che a volte mi capita di ascoltare o di leggere. Non ti far trascinare dai demoni dell’incompatibilità con chi guida questa società, alla fine rovinano te e non loro. Loro sono quelli che sono e non cambieranno. Basta prenderne atto e, quando possibile, ignorarli.

  4. Bera…lo sai che in questo episodio rivedo totalmente l’atleta che dopo una direi ottima carriera da calciatore si è completamente riciclato nel ciclismo amatoriale trovandosi a competere con migliaia di “ciclorintronati” nelle più grandi Gran Fondo in giro per l’Italia. E direi con ottimi risultati (il motore, a livello fisico, c’era). Spirito di sacrificio, dedizione e determinazione. Aspetti fondamentali in sport di fatica pura come il ciclismo appunto. Mi è sempre stato antipatico..ma devo dire che ho sempre “inviadiato” il suo carattere..mai domo..sempre a testa alta. Grazie per aneddoti che leggo sempre molto volentieri.

  5. Mi fa piacere giacomo che lo apprezzi, davvero….ti divertirai sicuramente un saluto affettuoso Bernardo

  6. Che belli questi pezzi..

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