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Mi sentivo un re…ma restai nudo

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di Bernardo Brovarone | 7 ottobre 2016

Ero da poco tornato a Firenze, avevo vissuto per qualche anno nella meravigliosa e adorata Madrid. Stavo ancora cercando casa per sistemarmi, un’opera non proprio così banale, e nel frattempo vivevo con mia mamma in San Niccolò, zona nuova per me, mai abitata anche se spesso frequentata. Avevo bisogno di riassaporare il clima familiare, il calore di chi ti ama davvero, gli abbracci e i baci di un genitore, insomma quel “parcheggio” per me era tanta roba in quel momento. Era un periodo difficile per me, questioni su questioni, una maturazione di uomo e di professionista che faceva fatica a trovare il suo sbocco definitivo, inciampavo spesso, sbagliavo, ero poco umile, ero pure troppo viziato e ben abituato, ci voleva un bel bagno di umiltà e un nuovo spirito di sacrificio, Sbandavo, ritornavo dritto, mi buttavo,  crescevo, maturavo, avevo pure successo, ma ci voleva una quadratura diversa, ci voleva più ordine, più disciplina, più senso di responsabilità, più qualità, soprattutto “fuori dal campo”…..Venivo dalle prime vere grandi soddisfazioni professionali ottenute in Spagna, i primi contatti importanti, i primi incontri con dirigenti presidenti giocatori di primissimo livello, le prime riunioni impegnative, insomma sbracciavo a destra e manca per cercare di trovarmi una collocazione sempre più importante dentro un mondo praticamente invalicabile, chiusissimo, tremendamente complicato, soprattutto per chi nel calcio non aveva mai lasciato nessun genere di traccia come il sottoscritto. Avevo due grandi forme di sostegno, una era la mia incoscienza, che mi permetteva di buttarmi ovunque, sicuro delle mie qualità e delle mie conoscenze, e l’altro era il povero Franco che rappresentava la mia guida autentica, sopportandomi consigliandomi, incazzandosi,  ma regalandomi sempre autorità libertà e responsabilità nel fare il mio mestiere,ero acerbo e un po’ ignorante,imparavo a crescere sbagliando sulla mia pelle, ma naturalmente in parte anche sulla sua. Ma in fondo c’era una grande stima, e questo io lo sentivo fortemente, e mi dava tanta gioia e altrettanti stimoli per andare avanti. Insomma ci credevo veramente, non mi fermava nessuno, ero un folle nato dal nulla, ma pedalavo indisturbato. Collaboravo con Jose’ Maria Orobitg, un fiscalista di Barcellona, agente pure di calciatori, di piloti, di persone famose non dello sport. Avevamo un ottimo rapporto, io mi appoggiavo ogni tanto a lui per parlare con il Barca e cercavo di trovare le squadre a qualche suo calciatore in procura. Uno di questi era Joseph Guardiola, per gli amici Pep. Giocava nel Brescia a quel tempo e a giugno avrebbe terminato il contratto. Parlai con la Roma, che in quel momento non navigava certo nell’oro, e proposi l’operazione a Franco. Mi ricordo che andò a vedersi Inter-Brescia ultima di campionato,per vederlo dal vivo e rendersi conto meglio dello stato del ragazzo. Fu il migliore in campo, fece un partitone delle sue, ne parlammo nei giorni seguenti. Il problema era Fabio Capello, il suo stile di gioco, le caratteristiche dei centrocampisti che lui preferiva non combaciavano certamente con le qualità di Guardiola. Persi le speranze sinceramente di poterlo chiudere, ne parlavo con altri club in Premier, ma si muoveva poco. Una mattina di un sabato di Luglio, temperatura africana, verso l’ora di pranzo mi chiama Franco e mi dice :”Chiama Jose’ Maria e venite a Roma domani che facciamo tutto”. Non ci credevo, ero arreso oramai, ma tanto è che il pomeriggio del giorno dopo eravamo a Roma, cenammo da “Pommodoro” noi tre, e chiudemmo la pratica. Fu una gioia enorme per me, certamente la soddisfazione più grande, ma non andò poi così bene. Guardiola già a ottobre capi’ che non avrebbe mai giocato, inizio’ a lamentarsi, José’ Maria si adopero’ per cercare una soluzione, e fini’ che torno’ al Brescia a Gennaio. Io,salvo un misero rimborso spese che lo studio Orobitg mi verso’ dopo centocinquanta telefonate di sollecito per il versamento della mia parte di commissione, ci rimisi fegato nervi e una quantità di denaro non indifferente. Negli anni mi sono trovato pure a minacciare Jose’ Maria, ero avvelenato, volevo ciò che mi spettava, ma gridavo a vuoto, non avevo nulla di scritto in mano, ero stato leggerissimo e inesperto, e l’ho pagata carissima. Oggi a Firenze gioca un ragazzo rappresentato da Jose’ Maria, con il quale naturalmente ho chiuso ogni rapporto, si chiama Tello, e viene dal Barca. Avevo pensato di organizzare un rapimento e chiedere il riscatto a chi di dovere, come ultimo gesto disperato…..naturalmente e’ uno scherzo, ma non ho mai digerito questa vicenda, e penso che mai la digerirò. Resta una pagina di vita personale e professionale che mi ha emozionato gratificato e allo stesso tempo pure mortificato, ma certamente anche cresciuto. Oggi tifo costantemente contro le squadre di Guardiola, ma penso che perderò pure questa di corse….in fondo ne siamo usciti un po’ tutti con le ossa rotte da quel trasferimento, io ero certamente l’anello più debole, e avrei meritato un trattamento diverso, anche perché se Franco non mi ha ucciso in quei mesi non lo farà  mai più…..l’ho praticamente costretto con lo sfinimento a portarsi Guardiola alla Roma…..era meglio se restavo su una panchina in San Niccolò a fumarmi una bella sigaretta, avvelenandomi i polmoni ma un po’ meno la mente ….adios….

2 commenti

  1. Ti leggo tutti i giorni
    Adoro quello che scrivi e come lo scrivi
    bravissimo

    Per se sempre

    Duccio

  2. Grande bera..sempre grandi storie raccontate.molto spesso alla gente si sente solo raccontare le cose migliori che hanno fatto mentre avere il.coraggio di rendere pubblici i fallimenti non e mai facile..a tutti piacerebbe lavorare nel mondo del calcio ma come in.tutti i settori nessuno ti regala nulla e le fregature sono sempre dietro l angolo…servira di lezione a molti giovani aspiranti procuratori che sembrano spuntare come funghi

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