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Mi feci in quattro per te

Bernardo Brovarone sigaretta

di Bernardo Brovarone | 30 settembre 2016

Erano i miei primi passi, non conoscevo un’anima, cercavo di appoggiarmi alle persone che conoscevo, ma erano poche e mi consideravano il giusto. Soltanto la mia incoscienza e l’amore sconsiderato verso questo mondo mi spingevano ad andare avanti, ero il niente più assoluto, vagavo in giro a vedere partite senza neanche avere uno straccio di progetto, di strategia, di compagnia. Andai a vedere alcune partite dell’Isolotto juniores perché c’era un terzino sinistro che mi piaceva, Simone Susini, che interessava anche alla Fiorentina, ma avevano un altro ragazzo bravo certo Agostini e non se ne fece mai nulla. Fra l’altro Agostini ha fatto pure una buonissima e meritata carriera di Serie A nel Cagliari e penso pure in qualche altra squadra.

Spostai il mio mirino verso Sesto, alla Sestese, mi avevano consigliato di andare a dare un’occhio a due ragazzi interessanti, Mondonico e Sicuranza, quest’ultimo attaccante Primavera Empoli, 11 gol, passato in prestito alla Sestese. Con il primo feci una delle mie solite frittate, chiamai il mio amico Osvaldo Olivari direttore sportivo all’Ospitaletto, squadra bresciana di C2, e lo mandai tre quattro giorni in prova in ritiro in Trentino da loro. Una sera ricevo una chiamata dal direttore della Sestese Filippo Giusti che mi urla di tutto accusandomi di avergli rapito un giocatore senza la sua concessione. Io neanche sapevo della necessità di un nullaosta, se avesse firmato con una squadra professionistica il ragazzo sarebbe stato libero, dunque andai per la mia strada, ma in forma totalmente innocente, e ne pagai le conseguenze visto che dovetti richiamare il giocatore a Firenze e scusarmi con il dirigente per la sciocchezza compiuta. Con Dino Sicuranza invece ebbi un grandissimo colpo di fortuna e lo ricordo ancora oggi come una delle soddisfazioni più grandi di tutta la mia storia calcistica. Ero a Milano al mercato e cercavo disperatamente una squadra per Dino, eravamo verso la fine ormai, conoscevo si e no cinque sei società, tante belle chiacchiere e nulla più, come al solito del resto. I box delle squadre erano praticamente già tutti chiusi, in fondo al corridoio a sinistra c’è una lucina accesa, mi avvicino e mi si presenta davanti un uomo di età avanzata inspiegabilmente cortese, sorridente, genuino, era il direttore della Pro Vercelli, il grande Enzo Barbero. Ci sediamo, mi presento, e mi chiede se avessi per caso in chiusura un attaccante giovane in prestito per la Pro. Eccoci dico io. “Ascolti me direttore, non si faccia scappare questo ragazzo, lui è il giocatore perfetto per la sua esigenza, creda a me”. Ricordo che prese in mano il gigantesco almanacco “Tuttocalcio” del grande Alfio Tofanelli, e andò a spulciare i dati di Dino. Che fortunatamente erano pure discreti, 11 gol in Primavera a Empoli non erano male. Chiamai il ragazzo, discussi con Barbero il contratto del giocatore e decidemmo di stringerci la mano. Giuro non ci credevo. Andammo in un hotel centrale a Milano, eravamo sulla tangenziale a quei tempi, dunque lontani, diluviava, anzi grandinava e avevo pure la macchina guasta, raggiunsi Milano con la Golf Sincro di mio fratello. Un troiaio vero e proprio. Finestrini chiusi, grondavo di sudore parevo Kalinic a fine match a San Siro, pigiavo perché avevo fretta ma praticamente pattinavo sul ghiaccio, quel cialtrone riconosciuto di mio fratello aveva chiaramente le ruote completamente lisce, tipo Mc Laren da asciutto in Formula Uno. Un’impresa vera e propria arrivare a Milano, ma chiudemmo l’operazione, senza intoppi, senza testacoda, senza incidenti, senza sorprese.

In quel momento giuro mi sentivo oltre il cielo nero di Milano. La faccio breve, il direttore Barbero intorno alla seconda terza giornata di campionato mi chiama: “Signor Bernardo guardi questo ragazzo non fa per noi, è nettamente sotto categoria, non ha i piedi per giocare una serie C, appena può se lo venga a riprendere”. Dino non aveva certamente piedi alla Ronaldo, era un giocatore veloce e forte fisicamente, ci si poteva e doveva lavorare, lo presentai così alla società. Dissi al direttore che il ragazzo era comunque tutelato da un contratto in essere e che sarei salito io a Vercelli presto per discutere la faccenda. Ma un pomeriggio di qualche tempo dopo arrivò una splendida sorpresa, briciole parliamoci chiaro, ma per me e Dino in quel momento era oro colato. Ero appena uscito dal Franchi per una gara della Fiorentina, presi la mia vespina e andai in piazza, la mia piazza, Savonarola, per il solito consueto obbligatorio match a porticine post Viola. Stavamo facendo le squadre quando in tasca mi vibra il cellulare, non volevo rispondere, volevo solo giocare, ma leggo Dino sul display e decido di rispondere. Ero deluso e sconfortato dalle parole dei giorni precedenti di Barbero, pensavo alle solite notizie tristi di routine domenicali di un giocatore frustrato e incazzato. In effetti la telefonata inizia con il solito tono dell’oltretomba, salvo poi a un certo punto esplodere: “Abbiamo vinto due a zero con il Mestre, mi ha messo dentro a venti dalla fine, ho fatto doppiettaaaaaaaaaa Beraaaaaaaaaaaaa…”. Guardavo i miei amici che aspettavano solo me per iniziare il match, e non sapevo se urlare sbraitare lanciare il telefono scappare. Gli ho gridato: “Siiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii…sono troppo felice per te, ti chiamo io dopo cena bomber”. Immaginabile anche il mio di rendimento dopo la telefonata, volevo un gran bene a questo ragazzo e per lui ci misi la faccia, ero di una felicità debordante. Non cambiò l’idea del direttore, andammo via da Vercelli, la sua carriera non ebbe nessuna crescita di rilievo e ci lasciammo pure per una discussione inerente a un pagamento di una procura. Ma resta il ricordo più emozionante, affrontare la montagna da solo senza aiuti, senza storia calcistica, senza mezzi, con la mia follia di innamorato e con l’orgoglio e l’animo ferito di un combattente come Dino.

Poi naturalmente la mia vita professionale mi ha regalato gioie e dolori di svariata natura, avventure incredibili, frustrazioni ed emozioni di ogni tipo, gratificazioni inimmaginabili, ma quel pomeriggio, a petto nudo, pronto per il match, sotto la statua di Savonarola, stavo davvero provando un’esistenza diversa e non era terrena.

3 commenti

  1. Io ero con te le prime volte che scrivevi le partite in dei campi sperduti:bei ricordi Bera

  2. Sai quanto e’ tutto così reciproco ….da 40 anni….ti abbraccio tanto Duccino

  3. Grande Bera!!!!!!
    Orgoglioso di volerti veramente bene

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