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Lo chiamavano il piccolo Van Nistelrooy…

Bernardo Brovarone radio

di Bernardo Brovarone | 21 settembre 2016

Era un tardo pomeriggio di primavera a Madrid, il padre di un giovane attaccante dell’Atletico mi chiama al telefono chiedendomi se avessi voglia di andare con lui a vedere l’allenamento del figlio alla Ciudad Deportiva dei Colchoneros. Il contatto me lo aveva fatto un amico in comune, fiorentino trasferito a Madrid, un omone buono e cazzuto, di lui mi fidavo molto, ci teneva che incontrassi il papà, presi il taxi e lo raggiunsi al campo di allenamento. Il ragazzo era nazionale spagnolo sub 17, centravanti super marcature dei ragazzini dell’Atletico Madrid, me lo raccontavano come un mezzo fenomeno. Aveva problemi con il club e sognava di andare a giocare in Italia, questi furono i presupposti del nostro incontro. Faccio due chiacchiere con Javier, il padre, prendiamo un caffè e andiamo a vederci l’allenamento. Era l’imbrunire, illuminazioni accese dei campi sintetici nuovi di pacca, tribune piene di bambini genitori cani che giocavano, un centro meraviglioso, un’atmosfera che solo la Spagna ti sa offrire. Mi indica il ragazzo, sta facendo esercizi con la palla con un compagno, dopo una decina di minuti  mi chiedo se si stia scherzando oppure stiamo facendo sul serio. Una meraviglia come fosse dipinta, fisico eccezionale, volto da gitano con capelli neri neri lunghi tirato dietro alle orecchie, controlli di palla pareva Ronaldinho, calciava in porta faceva spavento, colpiva di testa da fenomeno, iniziavo a capirci poco sinceramente.

Papà Javier mi racconta che Alejandro, negli ultimi tre anni ha segnato praticamente sempre il doppio di gol delle partite giocate, circa 65/70 gol a stagione, dopo Raul il giocatore che ha segnato di più nel jovenil. Lo dico con grande sincerità, resto folgorato da questo ragazzo. Neanche sto a raccontare cosa è accaduto nella partitella. Fine allenamento andiamo a mangiare insieme, li porto nel mio ristorante preferito e insieme studiamo una strategia precisa per cercare di portare Alejandro a giocare in Italia. In quel momento avevo rapporti molto stretti con il Perugia e con la famiglia Gaucci, decido di chiamare Alessandro e di organizzare un viaggio a Madrid per invitarli a vedere la partita sabato pomeriggio, Atletico Madrid-Jerez. Io ero a Barcellona per altri motivi quel giorno, vengono due uomini di fiducia del Perugia e decidiamo di sentirci telefonicamente dopo il match. Fine primo tempo mi chiama papà Javier e mi dice che inspiegabilmente Alejandro è in panchina, mai accaduto, il cannoniere della squadra, non si dà pace. Io stesso ero contrariato, un viaggio a vuoto dall’Italia per loro, non era proprio il massimo della vita. Dopo un’oretta mi chiama Javier e mi racconta che il ragazzo è entrato a inizio secondo tempo sull’1-3 a favore del Jerez e che l’Atletico ha vinto 4-3 con tripla di Alejandro, di cui uno di testa da uscire pazzi e che i due uomini del Perugia vogliono portarsi in aereo con loro il ragazzo.

Naturalmente chiamo i dirigenti dicendo loro di tornare tranquillamente in Italia che la situazione l’avrei risolta io con Alessandro nei giorni successivi. Ci furono delle questioni da superare legate all’accordo che il giocatore aveva con l’Atletico, ma gli avvocati ci garantirono che nulla avrebbe potuto vincolare il giocatore al club spagnolo salvo vedersi riconoscere un pagamento da parte del Perugia di un indennizzo legato alla formazione, briciole. Noi partimmo per l’Italia e firmammo un contratto di cinque anni con il Perugia, lui aveva 16 anni e nonostante l’età fu aggregato alla prima squadra in serie A. L’Atletico denunciò il padre, ma fu tempo perso, eravamo in regola assoluta con le norme vigenti e con gli accordi fra le parti. Il ragazzo ebbe un impatto importante a Perugia, piaceva a tutti, un po’ meno a Cosmi che certamente ne riconosceva le doti tecniche e fisiche un po’ meno quelle caratteriali e non fu facile per lui. Io vivevo a Perugia con lui in hotel, era troppo giovane, decisi di stargli accanto giorno e notte, anche perché ne valeva la pena sinceramente. Ricordo una telefonata di Walter Sabatini, allora direttore sportivo, che testualmente mi disse: “Bernardo stagli vicino a questo ragazzo, vale i grandi campioni internazionali, questo diventa un crac….”.

Il crack lo fece il Perugia, la società era in grande difficoltà, si parlava di fallimento, dovevamo trovare una strada diversa. Chiamai Fabrizio Lucchesi alla Fiorentina, gli parlai del ragazzo, mi disse di portarlo a Firenze giovedì che lo avrebbe visto insieme a Giovanni Galli ai campini nella partitella del giovedì. Dopo dieci minuti di match Bettarini entra duro da dietro a forbice, Alejandro urla impreca piange, esce dal campo, andiamo a fare gli esami, rottura del legamento crociato sinistro. Una botta tremenda, in quel periodo i suoi genitori stavano per separarsi, erano pure lontani, era triste, fu davvero un momento difficile, anche per me. Decidemmo di farlo operare a Madrid, l’intervento andò bene, lentamente recuperò la sua forma fisica e mentale e cercammo una soluzione in Spagna, coscienti delle difficoltà che comunque stava attraversando. Non ha più dato risposte, ha avuto un calo tremendo di motivazioni, di interesse, di sacrificio, di passione, ha praticamente mollato gli ormeggi. Ha giochicchiato in squadre di C spagnole facendo pure il giusto, salvo poi decidere a 27 anni di abbandonare l’attività e intraprendere la carriera di allenatore. Proprio due giorni fa durante Fiorentina-Roma mi ha scritto alcuni messaggi sulla partita, sull’atteggiamento delle squadre, sulle scelte degli allenatori, non ci ho capito una mazza, sembrava arabo, ma l’ho sentito di nuovo vivo, carico, entusiasta, felice, chissà che questa nuova vita non possa restituirgli gli stimoli la serenità la gioia per poter intraprendere un nuovo percorso, per potersi nutrire comunque del suo amato e adorato pallone, dell’odore dell’erba bagnata, della sua unica collocazione possibile, EL FUTBOL (come lo chiama lui). Ti porterò sempre nel cuore Ale, vai a riprenderti tutto, chissà che un giorno non debba tornare all’aeroporto a riprenderti, con i fiori in mano, come ai tempi d’oro, per una nuova avventura insieme. AUGURI CAMPEON!

Un commento

  1. Bernardo Bettarini non c’èra con Lucchesi e Galli….complimenti per il tuo romanzo

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