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Io, Maradona e il coreano

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di Bernardo Brovarone | 6 settembre 2016

Era la primavera del 1990, ultimi preparativi in attesa dell’inizio del Campionato del Mondo di calcio in Italia. A Firenze fu assegnato un girone che comprendeva USA, Cecoslovacchia, Austria e Italia. Naturalmente gli azzurri giocavano a Roma allo stadio Olimpico, le restanti gare si disputavano al Franchi. Volevo in qualche modo fare parte anche marginale di quello straordinario evento, avevo 23 anni, ero semplicemente il nulla più assoluto, lavoravo ancora in ufficio con il babbo e i miei fratelli, ma avevo una carta da giocarmi, un amico, un fratello, che avrebbe potuto fare qualcosa per me. Lo chiamai, mi proposi, e alla fine il mio sogno si avverò. Una mattina mi chiama Carlo Pallavicino: “Bera se vuoi ti faccio fare il Photo Runner al Franchi durante le gare del girone Mondiale”.  Non sapevo di cosa si trattasse, facemmo un paio di incontri con i responsabili e tutto fu molto più chiaro. Eravamo un gruppo di ragazzini con uno zainetto sulle spalle, dovevamo posizionarci in campo dietro le porte, accanto ai fotografi. Ci veniva fatto un gesto dagli stessi nel momento in cui veniva esaurito il rullino fotografico, e in maniera fulminante e istantanea dovevamo correre alla Fuji Film sopra la tribuna dello stadio a consegnarli per lo sviluppo e la consegna che veniva effettuata nelle ore seguenti la gara. Mi divertivo come un pazzo, anche se le gare non furono poi proprio il massimo, ma c’era una sorpresa che ci attendeva. L’ottavo di finale assegnato al Franchi di Firenze fu Argentina-Jugoslavia. L’Argentina di Maradona, l’Argentina di Bilardo, l’Argentina che spegne ogni sogno e ambizione degli azzurri di Vicino nella maledetta semifinale del San Paolo di Napoli. Fu una gara incredibile, lunga e equilibrata, si andò ai calci di rigore sotto la Fiesole. Ma quel giorno decisi di fare una delle mie solite birbonate di quei tempi, e invece di andare a consegnare un rullino appena consegnatomi da un fotografo coreano decisi di mettermelo in tasca e di portarmelo a casa. Al momento dei calci di rigore gli addetti fecero uscire tutti dal campo, dovevano restare soltanto calciatori direttori di gara e fotografi. Io e il mio compagno d’avventura Niccolò riuscimmo a nasconderci nelle rispettive panchine, io mi sedetti in quella argentina, ero accanto a Troglio, Lorenzo, Caniggia, Burruchaga, Bilardo….tutti stretti mano nella mano durante i calci di rigore, un’emozione indescrivibile, la nazione che amo di più al mondo, i mondiali di calcio dalla panchina del mio Franchi. Niccolo’ era in quella della Jugoslavia, ci guardavamo increduli da lontano, ridevamo estasiati e emozionati. I quarantamila del Franchi, tolti naturalmente gli argentini, erano tutti contro Diego Maradona, fischi assordanti dal primo minuto all’ultimo, un bombardamento continuo e secondo me pure esagerato e gratuito. Sul dischetto arriva Stojkovic, campione meraviglioso della Stella Rossa di Belgrado ex Verona, un calciatore formidabile. Colpisce la traversa in pieno, ricordo ancora il rumore di quell’impatto, e la disperazione del ragazzo e dei suoi compagni. Passa l’Argentina ai quarti, Diego si avvicina a Stojkovic per consegnarli la sua maglia, se la scambiano e si abbracciano fra lacrime rabbia incredulità…Diego rimane a petto nudo con la sola fascia di capitano nel braccio, erano tutti scatenati che saltavano vicino al tunnel degli spogliatoi sotto la Fiesole. Corro e cerco di infilarmi in mezzo, volevo provare a prendere la fascia di Diego. La verità è che fu un miracolo che non fui picchiato, mi urlò: “Italiano di merda vai via”, e me lo ha ripetuto due tre volte, il difensore Lorenzo ex Bari con il sangue che gli colava dal naso per un colpo ricevuto, mi stava davvero per volare di peso sul parterre di curva, mi venne col viso a centimetri dal mio e mi gridò di tutto, era un gigante, mi fece una paura tremenda, aveva voglia di darmele veramente. Erano delle belve scatenate, fecero il giro di campo per festeggiare con gli argentini e allo stesso tempo sotto la Maratona ne dicevano di tutti i colori agli italiani. La frustrazione vera la provo nel momento in cui arriva Niccolò vicino a me con la maglia numero 8 della Jugoslavia regalatagli dal buon Susic, fra l’altro splendida. Unica consolazione rimasta era che il giorno dopo avrei portato dal fotografo al Ponte del Pino il rullino del povero coreano a sviluppare. Ebbene sì, una collezione di circa trenta foto esclusive di Diego Armando Maradona, in varie fasi di gioco, bellissime, straordinarie, uniche. Ne regalai qualcuna agli amici, ma ho una cornice in camera con le migliori sei scelte da me, posizionate in due file da tre, che ancora oggi osservo incredulo e emozionato. Il coreano si sarà disperato, certamente feci un gesto stupido e bambinesco, ma quella giornata non la dimenticherò mai. Era pallone vero.

5 commenti

  1. Quante cazzate riesci a far bere alla gente!
    Da questo punto di vista sei veramente bravo!

    P.S. se clikko “chi sono” scopro veramente chi sei? cioè NULLA! VUOTO!

  2. Che spettacolo! C’ero anch’io allo stadio, un caldo pazzesco… Proprio Re Diego sbagliò il rigore ma passarono lo stesso

  3. Che culo….per una cosa del genere comincio a capire cosa vuol dire la parola invidia….ma ti rendi conto,i rigori dalle panchine!

  4. Ho i bordoni…Grandissimo via al Coreano AH AH !Ero in maratona, portato da mio zio a quella partita, grandissima squadra la jugoslavia (forse la più forte di tutti in quel mondiale) e Maradona tirò forse il più brutto rigore della sua vita (anche se poi vinsero ugualmente). unico appunto Bera ( ma non ne sono sicuro) secondo me erano quarti di finale, ma anche se ho ragione ti perdono comunque. Grande

  5. Sei un grande!!! Te l’avevo già consigliato : devi scrivere un libro.
    Un abbraccio

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