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Il gelo e il genio

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di Bernardo Brovarone | 6 settembre 2016

Era un freddo polare, il periodo era quello di Carnevale, intorno a metà Febbraio, appena iniziato il Torneo di Viareggio, a quei tempi il vero e proprio campionato del Mondo per giovani calciatori. Personalmente una specie di vacanza premio in giro per la Toscana, tavolate memorabili, pappate e bevute epiche, risate, incontri con dirigenti procuratori presidenti,  giornate gelide e difficili, ma professionalmente stimolanti e comunque sempre produttive. Sedersi su quei gradoni in quei campi nelle provincie aretine, senesi, fiorentine, era da folli, si battevano denti e piedi si pareva pazzi. Rientrare nelle macchine per tornare a Firenze era un autentico dono del Signore. Ma quel giorno a Vinci avrei potuto fare mezzanotte su quelle tribune, stavo assistendo a un miracolo sportivo. C’era Atalanta-Brescia, due squadre forti contraddistinte da una rivalità accesa ma soprattutto due realtà giovanili italiana di primissima fascia. C’era un ragazzino in mezzo al campo con un corpo minuto e una testa enorme che stava letteralmente dipingendo calcio. Avrà avuto si e no 15 anni, era sotto età, ma stava davvero facendo un altro gioco.

Il campo era gelato, il pallone pesante, non lo alzavi, sembrava di pietra, un problema per tutti. Non per lui. Calciava angoli e punizioni accarezzando la palla con quel piede graziato, con effetto morbido leggero e straordinariamente centrato. Stoppava i palloni come fossero palloncini leggeri gonfiabili da lanciare in cielo, tatticamente un mostro vero, girava il campo per lungo e per largo sembrava un decoderino preparato da un azienda di elettrodomestici, costantemente al servizio dei compagni, gioco corto e lungo da non credere, passo lento ma sempre al posto giusto, aperture di 40/50 metri sul mignolo del piede in corsa del compagno, un piccolo genio. Io continuavo a mangiare semini di zucca, a fumare cicchini, a parlare con amici seduti accanto a me, ma non ci capivo più nulla. Prendo le note e leggo la data di nascita, 19.5.1979, due tre anni sotto gli altri, e mi chiedo se fosse stato un errore di stampa, ma non lo era. Ho sempre avuto un debole per Brescia, per i bresciani, non chiedetemi perché, ma è così da sempre, da quando feci una vacanza da ragazzino in Sardegna e scoppiò questo amore incredibile con loro. Lui aveva addosso quella maglia lì, del glorioso Brescia Calcio, gli donava in una maniera indescrivibile, era un angelo vero e proprio, l’immagine di questo bambino che faceva realmente un altro sport senza neanche impegnarsi troppo mi lasciava inerme e impotente, oltre che affascinato e disorientato. A fine gara scesi giù negli spogliatoi, volevo guardarlo da vicino, cercavo le vibrazioni finali per dichiararmi ufficialmente innamorato. Uscì con il suo testone ancora un po’ umido, con quel borsone sulle spalle praticamente più grande di lui, un panino in mano, sguardo intelligente, umile, silenzioso tira dritto al pullman e arrivederci a tutti. Si chiamava e si chiama tutt’ora Andrea Pirlo; debuttò in serie A la stagione successiva alla tenera età di sedici anni. Il resto della sua carriera lo potete trovare negli almanacchi, che naturalmente parlano chiaro, io un giocatore così non l’ho mai più incontrato in tutta la mia vita, l’ho sempre sognato in maglia viola, era l’unico che davvero mi poteva restituire il mio amato Giancarlo, ma non è mai stato possibile, e chissà se da quegli spogliatoi un giorno uscirà di nuovo una stella così. Io comunque ci sarò!

6 commenti

  1. Articolo meraviglioso, Letteratura Sportiva da lettere maiuscole

  2. Bella storia, grande pezzo e giocatore immenso (anche se si è fatto tutte e tre le strisciate…)

  3. Bellissimo articolo!
    E giocatore di calcio oltre ogni aggettivo!

  4. Speriamo di esserci Bera… tanto finché ci saranno “loro”, “essi” di giocatori così non se ne prende. E se per caso ci nasce in casa o lo scoprono giovane, finisce come nella canzone per Toledo… Olè !

  5. Poesia..che articolo meraviglioso

  6. L’e un tabarrino!!!!

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